Siria: scongiurare i disastri

In questi anni la crisi siriana ha più volte ridefinito lo scacchiere internazionale, e l’escalation di dichiarazioni bellicose e movimenti di truppe nelle ultime ore delle varie fazioni, sembrano far presagire uno scenario catastrofico in una regione del globo senza pace.

Sarebbe stato difficile immaginare come l’inizio delle manifestazioni del marzo 2011 sorte nelle zone rurali della Repubblica Araba di Siria, e apparse come il prosieguo delle primavere arabe divampate in Tunisia ed Egitto, avrebbero determinato una crisi di lunga durata. Da quel marzo 2011 ad oggi, come ho già avuto modo di condividere (anche in tempi recenti), diverse sono le tematiche che hanno dominato la scena internazionale e coinvolto l’attenzione di ogni osservatore: il terrorismo di Daesh (Isis), l’impiego di armi chimiche, la prospettiva di un regime change, la possibilità di una spartizione della nazione siriana in zone di influenza come premio per le diverse partite geopolitiche che i molteplici attori, regionali e non, hanno giocato e giocano nell’intera fascia mediorientale.

Le righe che seguono sono il risultato delle opinioni che ho maturato dai primi momenti che mi hanno coinvolto come osservatore, e di una riflessione sulle possibili azioni da intraprendere per porre fine ad un conflitto di lungo corso che quotidianamente mostra i limiti del sistema internazionale e delle capacità delle leadership di abbandonare schemi che in passato hanno generato morte e instabilità, e superare pregiudizi predeterminati.

Qualunque tipo di intervento militare è da scongiurare. Praticando questo fallimentare modus operandi non si violerebbe solo ogni più elementare regola del diritto internazionale, ma si determinerebbe uno scontro dall’esito imprevedibile che trascinerebbe la Siria e l’intero Medio Oriente in drammatiche conseguenze per gli anni a venire. La ricomposizione della Siria deve essere agevolata dalle coalizioni che attualmente – anche alimentando la tensione – esercitano un’influenza nell’intero scacchiere mediorientale: Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita da un lato, e Russia e Iran in sostegno alla Siria e al suo governo dall’altro. Senza dimenticare il ruolo della Turchia che penso, cercherà una soluzione alla questione curda approfittando del dramma siriano. E comunque pur avvicinandosi alla Russia non è un alleato del governo di Assad. La coalizione più interventista (Stati Uniti, Regno Unito e Francia), nel leggere i comunicati diffusi, deve fermarsi.

È fondamentale, se si vuole garantire un futuro alla Siria, la completa cessazione delle ostilità ora che il conflitto interno allo Stato siriano si sta avviando alla conclusione. La priorità deve essere l’invio di aiuti umanitari che supportino la popolazione siriana ed impediscano l’abbandono della propria terra a migliaia di innocenti. Un primo passo sarebbe applicare la risoluzione 2401 approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Servirà tempo e l’impegno dell’intera Comunità internazionale affinché la Repubblica Araba di Siria venga ricostruita, liberata dal fantasma di aver creato una seconda Libia, e supportata da tutti senza secondi fini nel processo di composizione interna. Solo con una Siria pacificata sarà possibile avviare serie ed imparziali indagini a livello internazionale sulla detenzione e l’impiego di armi chimiche contro la popolazione di cui abbiamo sentito parlare in questi anni, e confermati in un rapporto dell’OPAC (OPCW) dello scorso anno ma non confermate per gli eventi degli ultimi giorni nella patria di Damasco, Aleppo e Palmira, e verificarne le responsabilità. Ed è proprio sulla questione chemical weapons che il Consiglio di Sicurezza non si è mostrato all’altezza del suo compito negli incontri di lunedì e martedì 9 e 10 aprile. La mancata adozione di una delle tre risoluzioni presentate non è frutto di una debolezza o assenza della diplomazia, ma l’amara conseguenza degli effetti di arroccamenti precostituiti che hanno impedito l’avvio del processo di creazione di un nuovo sistema in materia di proibizione delle armi chimiche. Penso sia utile, riflettendo in queste righe, che ogni qualvolta vengano divulgate informazioni in materia, ognuno di noi e le leadership internazionali ai più alti livelli, mostrino cautela nell’indicare con eccessiva sicurezza se ci sia stato o meno l’utilizzo di armi chimiche. I precedenti recenti (la scena memorabile nella quale Colin Powell Segretario di Stato Usa mostrava la provetta nel corso di una riunione del CdS attraverso la quale si giustificò l’intervento in Iraq nel 2003) non sono confortanti. E in Siria oggi non si devono commettere gli stessi errori di allora, che parzialmente hanno contribuito, direttamente o indirettamente, a renderla un cimitero nazionale. Il ripristino della normalità per la popolazione deve essere il principio guida. Si fermi ogni opzione bellica e ci si confronti – anche aspramente – nel Consiglio di Sicurezza. Magari, coinvolgendo anche l’Assemblea Generale su indicazione dell’alto Rappresentante per la politica estera europea nella creazione di un più ampio spazio di discussione proposta e supportata da tutti gli Stati europei presenti nel Palazzo di vetro.

Vincenzo Mongelli. PD Melfi